Chiesetta di Santa Croce

Storia, leggenda e realtà

Esistono alcune storie in cui realtà e fantasia si intrecciano a tal punto che non riconosci più ne una né l’altra .

Oggi proviamo a fare un po’ di chiarezza dopo uno studio che sicuramente approfondirò con il tempo.

Il primo articolo è scritto da me il secondo da Decrespe che si interessò della storia e del mistero della chiesetta di Santa Croce.

La Chiesetta di Santa Croce a Chiusa di San Michele è uno dei gioielli nascosti del Piemonte, un luogo in cui storia, fede e leggenda si intrecciano creando un alone di mistero che ha affascinato generazioni di abitanti e visitatori.

Un Custode di Storia

Situata nel cuore del piccolo centro abitato di Chiusa di San Michele, nella provincia di Torino, la chiesetta affonda le sue radici in epoche remote. Si ritiene che la sua costruzione risalga al Medioevo, quando l’area era attraversata da vie di pellegrinaggio dirette verso la celebre Sacra di San Michele, abbazia e simbolo spirituale dedicato all’Arcangelo Michele. La dedizione della chiesetta alla Santa Croce non è casuale: essa richiama il culto della Passione e della Croce, elementi centrali nella tradizione cristiana.

La Leggenda della Reliquia

Tra le storie che avvolgono questo antico edificio, la più affascinante narra che la chiesetta abbia custodito, in un tempo ormai avvolto nel mistero, un frammento della Croce di Cristo. Secondo la leggenda, la reliquia fu donata al luogo da una figura di grande fede e coraggio, che volle portare un segno tangibile della passione e della redenzione di Cristo alla comunità locale. La presenza di tale reliquia non solo accrebbe il prestigio spirituale della chiesetta, ma contribuì a trasformarla in meta di pellegrinaggi e in centro di riti di devozione, lasciando un’impronta indelebile nella memoria collettiva.

Il Mistero di Napoleone e del Papa

Un ulteriore capitolo di questa storia è intriso di enigmi e controversie: alcuni racconti popolari, trasmessi di generazione in generazione, parlano di una vicenda che avrebbe visto coinvolti Napoleone Bonaparte e un papa. Si narra che, in un periodo di grandi sconvolgimenti politici e religiosi, il famoso condottiero francese avesse interesse a controllare simboli religiosi di inestimabile valore – tra cui, secondo il mito, il frammento della Croce custodito nella chiesetta.

La leggenda suggerisce che dietro le quinte di eventi storici apparentemente distanti, si celasse una sorta di intesa tra il potere militare di Napoleone e l’autorità spirituale rappresentata dal papa. In questo scenario, la chiesetta sarebbe stata il fulcro di una trattativa segreta, che avrebbe garantito la protezione della reliquia in cambio di favori politici e diplomatici. Sebbene le fonti documentali non abbiano mai confermato in maniera definitiva tali vicende, il racconto ha alimentato per secoli un’aura di mistero e ha contribuito a rendere la chiesetta un luogo di fascino enigmatico.

Tra Mito e Realtà

Nonostante le incertezze e le lacune documentali, la leggenda della reliquia e dei legami con Napoleone e il papa continua a essere parte integrante del patrimonio culturale e spirituale di Chiusa di San Michele. Le testimonianze orali e i racconti popolari hanno arricchito il significato simbolico della chiesetta, rendendola non solo un luogo di culto, ma anche un simbolo della fusione tra storia e mito.

Oggi, la Chiesetta di Santa Croce attrae non solo i devoti, ma anche appassionati di storia e misteri, desiderosi di scoprire i segreti che si celano dietro le sue antiche mura. Ogni pietra, ogni dettaglio architettonico sembra raccontare una storia fatta di fede, intrighi e un passato che continua a vivere nell’immaginario collettivo.

Conclusioni

La Chiesetta di Santa Croce a Chiusa di San Michele è molto più di un semplice edificio religioso: è un luogo in cui la dimensione sacra si fonde con il mistero, dando vita a racconti che attraversano i secoli. Che siate pellegrini in cerca di spiritualità o appassionati di storia e leggende, questo piccolo ma affascinante luogo offre uno sguardo privilegiato su un passato ricco di fascino e enigmi, in cui la fede si intreccia indissolubilmente con il mito.

Questo sono solo poche informazioni ma da qualche parte dobbiamo iniziare. Ora vi presento un articolo articolo sull’argomento scritto da Marius Decrespe intorno al 1889.

Articolo di Marius Decrespe, 1889

Nel varco silente dei secoli, ove il tempo pare sospeso fra l’effimero e l’eterno, s’affaccia all’occhio attento il mistero della sacra chiesetta di Santa Croce, insediata nel cuore di Chiusa di San Michele. In questo angolo remoto della nostra benedetta Piemonte, la pietra e il legno si narrano storie che il vento, complice silenzioso, ha tramandato d’eco in eco.

Già nel Medioevo, quando le vie dei pellegrini conducevano i devoti al cospetto della celebre Sacra di San Michele, fu eretta con pietosa solennità questa umile cappella, destinata a custodire non soltanto la fede dei cuori, ma anche, secondo l’antica tradizione, un frammento della Santa Croce, emblema della Passione e del sacrificio divino. Tale reliquia, si narra, fu donata a questo luogo come segno tangibile della redenzione, e da allora le genti vi hanno riversato lodi e preghiere, alimentando leggende che sfidano il tempo.

Nella turbolenta era in cui l’ardore delle passioni terrene e celesti si confondeva, si racconta altresì di un inquietante episodio che vide coinvolte le figure di Napoleone e di un sommo Pontefice. L’imperatore, ardente cercatore di gloria e potere, si sarebbe trovato faccia a faccia con il mistero di quella reliquia, mentre il Santo Padre, col cuore colmo di presagio, aveva riconosciuto in quel sacro simbolo un segno divino, destinato a ripristinare l’ordine spirituale. Così si narra che, in un tempo in cui la ragione e il fervore si contendavano l’anima dei popoli, fu sigillato un patto silente fra il potere terreno e quello celeste, un patto che avrebbe garantito alla chiesetta un’aura di inviolabile sacralità.

Ma non è tutto. Tra i sussurri della notte e le ombre allungate del crepuscolo, un racconto ancora più arcano s’innalza: l’apparirsi d’un esercito fantasma, le cui orde d’ombra discendono dal rio che scorre placido ai piedi della chiesetta. Alcuni dicono che siano gli spiriti di valorosi soldati, caduti in battaglie antiche, richiamati dall’eterno desiderio di riposare nell’ombra della fede; altri, invece, vi vedono un segno di profonda provvidenza, un ammonimento della divina giustizia che, pur celata, sovrasta le sorti degli uomini.

Queste storie, intrise di sacro mistero e d’inquietante fascino, fanno della chiesetta di Santa Croce non soltanto un luogo di preghiera, ma anche un palcoscenico in cui il confine tra il tangibile e l’ultraterreno si dissolve. Ogni pietra, ogni singolo angolo par di sussurrare segreti di un passato tanto glorioso quanto tormentato, in cui le mani dell’uomo e quelle del Destino sembrano aver tracciato, insieme, il corso della storia.

Così, nel rievocare tali eventi, mi sento chiamato a rendere omaggio a quella sacra dimora, affinché le gesta e le leggende, depositate in ogni pietra e in ogni ombra, possano perdurare nella memoria dei posteri. Che il mistero, la fede e l’insondabile intreccio di poteri terreni e divini che si celano in questa chiesetta, siano per noi fonte d’ispirazione e di umile reverenza, in un tempo in cui la luce e l’oscurità si sfidano ancora nel teatro dell’esistenza.

Storia della stregoneria piemontese

Le origini della stregoneria piemontese affondano in un intreccio di tradizioni popolari, credenze pagane e influenze cristiane che si sono sviluppate nel corso dei secoli.

Radici antiche e sincretismo culturale

Nel territorio piemontese, le pratiche magiche e le tradizioni legate al mondo invisibile hanno origini molto antiche, risalenti a culture pre-romane e celtiche. Queste popolazioni, infatti, vivevano a stretto contatto con la natura e attribuivano a essa un potere sacro, sviluppando rituali, amuleti e conoscenze erboristiche che venivano tramandate oralmente. Con l’arrivo del cristianesimo, molti di questi elementi furono reinterpretati: da simboli di una religiosità pagana vennero, infatti, associati a pratiche eretiche e, in seguito, alla stregoneria.

Medioevo, Rinascimento e persecuzioni

Durante il Medioevo e il Rinascimento, il quadro della stregoneria in Piemonte cominciò a cambiare. Le autorità ecclesiastiche e secolari, preoccupate dal proliferare di pratiche non ufficiali e dai sospetti di eretismo, iniziarono a reprimere le cosiddette “arti magiche”. Le accuse di stregoneria, pur meno diffuse e sistematiche rispetto ad altre zone d’Europa, presero forma in processi locali in cui spesso venivano celate tensioni sociali, dispute tra vicini o lotte di potere. Le figure femminili, in particolare, venivano facilmente etichettate come “streghe”, simboli di una ribellione contro l’ordine stabilito e la rigidità delle norme sociali.

Evoluzione e reinterpretazione moderna

Con l’avvento dell’Illuminismo e la progressiva depenalizzazione della stregoneria nel XVIII secolo, il fenomeno cominciò a essere rivalutato in chiave folkloristica e antropologica. Le pratiche magiche vennero reinterpretate non più come atti diabolici, ma come espressioni di un sapere popolare che integrava rimedi naturali, rituali di protezione e celebrazioni legate al ciclo della natura. Oggi, la stregoneria piemontese è studiata come parte integrante del patrimonio culturale della regione, offrendo spunti preziosi per comprendere il complesso rapporto tra potere, società e spiritualità.

In sintesi, la storia della stregoneria in Piemonte rappresenta un percorso evolutivo: da espressione di antiche conoscenze legate al sacro naturale, a fenomeno perseguitato per motivi politici e religiosi, fino a diventare un simbolo della ricchezza e della diversità del folklore regionale.

Di seguito una sintesi interpretativa delle conclusioni che Marius Depréde Pau formulerebbe nella sua “Dissertazione su Arcane Pratiche” (1885), sulla base degli elementi critici e culturali che caratterizzano il dibattito dell’epoca:

1. Un retaggio culturale complesso:

Pau evidenzia come le pratiche arcane non siano semplici superstizioni, ma il prodotto di una lunga tradizione che affonda le sue radici in saperi popolari e rituali premoderni. Egli sostiene che, al di là della demonizzazione ufficiale, tali pratiche rappresentino un patrimonio simbolico e culturale di grande rilevanza, capace di esprimere la ricerca umana del sacro e del misterioso.

2. La tensione tra razionalità e mistero:

Nella sua dissertazione, l’autore riflette sul conflitto tra il crescente impulso razionalistico dell’epoca e l’inerente attrazione per l’ignoto. Secondo Pau, il tentativo di “spiegare” e razionalizzare l’arcano rischia di appiattire la ricchezza di significati e la funzione psicologica dei riti e delle credenze che, invece, contribuiscono a definire l’identità di una comunità.

3. La critica alla repressione istituzionale:

Una parte centrale del ragionamento di Depréde Pau riguarda l’atteggiamento repressivo delle istituzioni – sia religiose che civili – nei confronti delle pratiche esoteriche. Egli interpreta questa repressione non tanto come una giustificata misura di tutela dell’ordine, quanto come il riflesso di una mentalità dogmatica incapace di accogliere forme di conoscenza alternative e di riconoscere il valore simbolico dei riti popolari.

4. L’invito al dialogo interdisciplinare:

Concludendo, Pau lancia un appello alla necessità di un approccio critico e interdisciplinare che possa riavvicinare studi storici, antropologici ed esoterici. Solo attraverso il confronto e la riscoperta di quel patrimonio culturale “arcano” si potrà realmente comprendere l’evoluzione del pensiero umano e il ruolo delle pratiche rituali nella costruzione della memoria collettiva.

Questa ricostruzione, pur basandosi su un’interpretazione dei temi trattati nel contesto del dibattito del XIX secolo, mira a cogliere lo spirito delle riflessioni di Marius Depréde Pau, che, attraverso la sua “Dissertazione”, cerca di superare la dicotomia tra scienza e mistero per valorizzare un sapere popolare troppo a lungo marginalizzato.

Marius Depréde Pau

“Dissertazione su Arcane Pratiche “ Lione 1885

Il mausoleo di Londra

Il Mistero del Mausoleo di Hannah Courtoy

Di Marius Depréde Pau

(Dissertazione su Arcane Pratiche, 1885)

Londra è una città di enigmi, dove il passato sussurra tra i vicoli nebbiosi e i cimiteri custodiscono segreti più profondi delle tombe stesse. Eppure, pochi monumenti funerari sollecitano lo stesso turbamento e le stesse speculazioni del mausoleo di Hannah Courtoy, situato nel Brompton Cemetery. Questo oscuro ed enigmatico sepolcro è ben più di una semplice dimora per i morti: esso è un enigma scolpito nella pietra, un portale verso il trascendente, un’opera che sembra custodire un sapere proibito.

Chi era Hannah Courtoy?

La signora Hannah Peters Courtoy, nata nel 1784 e deceduta il 26 gennaio 1849, fu una figura di straordinaria ricchezza e, ancor più, di sconcertante erudizione. Si dice che fosse in possesso di conoscenze rare e riservate, legate all’antico Egitto e alle dottrine ermetiche. Intima di uomini di grande sapere, tra cui Samuel Warner, un ingegnere e inventore avvolto da un’aura di mistero, e Joseph Bonomi, stimato egittologo, la Courtoy si circondò di individui che non erano semplici studiosi, bensì veri iniziati ai segreti dell’antichità.

Al momento della sua morte, la Courtoy lasciò una notevole fortuna alle sue figlie, ma il suo testamento accese più domande che certezze. Il lascito principale fu il mausoleo stesso, un’opera dalla progettazione così singolare che alcuni sospettano celasse un’intenzione ben più arcana della semplice sepoltura.

Un Portale verso l’Ignoto?

Il mausoleo della Courtoy è di un’architettura che sfida le convenzioni funebri vittoriane. Massiccio, esoterico, con una struttura simile a un tempio egizio, pare un obelisco mutilato, privo delle iscrizioni che solitamente adornano simili monumenti. Il suo progettista, secondo indiscrezioni, sarebbe stato proprio Joseph Bonomi, un uomo che, grazie ai suoi studi sulle tombe egizie, conosceva i segreti degli antichi sacerdoti di Amon.

Ma ciò che più affascina e inquieta è il portale. Vi sono racconti—sussurrati tra i marmisti del cimitero e i custodi più anziani—che suggeriscono come la porta del mausoleo non sia mai stata aperta, e che nessuno conosca il meccanismo per accedervi. Alcuni sostengono che essa non sia semplicemente sigillata, ma chiusa da un meccanismo le cui chiavi si trovano al di fuori del nostro tempo e del nostro spazio.

A rendere ancora più fitto il mistero vi sono le leggende secondo cui la Courtoy e i suoi associati si interessassero a teorie sulla traslazione del corpo e dell’anima, sulla possibilità di muoversi tra dimensioni parallele attraverso portali sacri. Era forse questo mausoleo un luogo di sperimentazione, un punto di passaggio verso altre realtà?

Una Conoscenza Perduta?

Alcuni giornali londinesi hanno definito queste teorie come semplici superstizioni, favole per impressionare gli spiriti deboli. Eppure, coloro che studiano le arti arcane sanno che spesso le verità più profonde sono celate sotto il velo dello scherno.

Nel corso degli anni, vi sono stati tentativi di penetrare il mistero della tomba della Courtoy. Nessuno ha mai avuto successo. Le chiavi, se esistono, sono scomparse nel nulla. Eppure, nonostante il tempo trascorso, il mausoleo emana ancora una presenza inquietante, come se fosse in attesa.

Forse, in futuro, qualche coraggioso decifrerà il suo segreto. O forse la signora Courtoy e i suoi complici hanno sigillato per sempre una conoscenza che il mondo non è pronto a ricevere.

Londra, Anno del Signore 1885

L’incanto della Porta del Sogno

L’Incanto de la Porta del Sogno

Dal Diario de Delfina Croce, anno del Signore 1883

A chi cerca varcar li confini del viso e scorgere mondi celati, questo arcano dono sia svelato.

De la Porta Invisibile

Col lume fioco de la luna nera, prendi il pennello intinto in acqua d’ombra e sulla pietra liscia traccia la porta ch’è nascosta a l’occhio de li mortali. Fa’ che la tua man sia leggera, ché l’aria stessa ne accolga il segno. Quando il vento si quieta e il silenzio t’avvolge, mormora queste parole:

“Aperta sia la soglia de l’invisibile,

ché il sogno mi guidi al verace sentiero.

Per la virtute di stelle e tenebre,

disciògliti, o porta, dinanzi a me.”

Del Bere l’Elisir del Passaggio

Nella notte de la luna piena, cogli la linfa di betulla, il lauro sacro e il sambuco che cresce all’ombra. In calice di vetro, unisci li succhi e falle mescere sotto il chiarore argenteo. Prima che il sonno ti colga, sorbilo a piccoli sorsi e recita:

“Sotto la guardia degli astri erranti,

sia il mio spirto sciolto da le catene.

D’argento e notte io mi rivesto,

ché nel sogno io viva, ché nel sogno io passi.”

Allor chiudi li lumi e lascia che il tuo spirito sia cullato dal sussurro de l’oltre, ché in sogno tu varcherai la soglia e ciò ch’è celato ti sarà rivelato.

Delfina Croce, anno del Signore 1883

Questo è un incanto su cui abbiamo lavorato molto, la traduzione non è stata semplice per via delle pessime condizioni della pagina, comunque il lavoro benché impegnativo ha prodotto un risultato ottimo.

Con l’occasione vi informo che uscirà un mensile, un particolare mensile, in pratica viaggerete nel tempo poiché scriveremo di argomenti come se fosse un giornale del 1885, a breve le info per abbonarsi.

Intanto pubblico le mie considerazioni come se scrivessi dal 1885, buon divertimento e buona lettura.

Considerazioni Di Marius Depréde Pau

(Tratto da Dissertazioni su Arcane Pratiche e Riti di Soglia, Edizione Anno 1885)

Pagina riprodotta fedelmente dal testo originale, gli articoli sono stati secretati, verranno pubblicati in seguito.

Non v’è dubbio alcuno che l’opera di Delfina Croce sia tra le più rare testimonianze d’una sapienza velata ai più, nota solo a coloro che osano spingersi oltre la cortina del visibile. L’incanto qui tramandato non è un mero artificio di parole, né semplice suggestione di mente febbricitante; esso reca in sé la struttura propria de’ più antichi riti di passaggio, ove il confine tra il mondo desta e quello de li sogni si fa labile, quasi dissolto.

La Porta, ch’ella comanda di tracciare con acqua di luna nera, non è che un varco arcano, invisibile a chi non porta nel petto l’occhio de l’iniziato. È ben noto tra li studiosi de le arti sottili che l’acqua, quando infusa di virtù lunare, possiede il dono di trattenere immagini ed imprimere passaggi ove null’altro appare.

Quanto alla pozione di linfa di betulla, lauro e sambuco, si tratta senza dubbio d’una mescolanza potentissima. La betulla, albero di soglia, scioglie i vincoli de la carne, mentre il lauro, sacro ai veggenti, conferisce la visione chiara. Il sambuco, infine, è noto per la sua connessione con li spiriti e li luoghi ove il tempo si spezza. Chi beva siffatta mistura sotto il lume pieno de la luna non solo varcherà la soglia del sogno, ma potrebbe altresì trovare il sentiero che menò gli antichi ai regni sepolti de l’oltre.

Tuttavia, avverto chi legga e voglia tentare il rito: l’incanto della Porta del Sogno non è senza periglio. Vi sono passaggi che non si richiudono con facilità, ed ove l’occhio si volga, ivi l’ombra potrebbe volgere il suo sguardo in risposta. Come in ogni via de l’arcano, il sapere reca potere, ma il potere, se maldestro, reca dannazione.

Marius Depréde Pau, Dottore in Botanica, Arti Ermetiche e Filosofie Occulte, scienze delle Religioni.

Incanto del chiodo oscuro

Delfina Croce, diario degli incanti.

Oggi vi presento una pagina molto interessante, la traduzione è stata complessa poiché la pagina era molto deteriorata, grazie alle sapienti mani di un caro amico siamo riusciti a riportare in vita tutte le parole.

Tenete presente che vi erano degli appunti che non sono riuscito a decifrare (almeno non tutti) comunque riporto integralmente ciò che ho trovato.

9 Febraio 1883

Oh notte oscura e silente, ove la luna nera s’erge come segno di arcani misteri, in questo dì io scrivo del Gran Chiodo d’Incanto, ché in esso risiede forza e dominio. Or lo racconto, ché chi sa intendere, sappia operare.

Il chiodo di ferro, grande e pesante, va tratto d’un’antica porta o d’un legno ch’abbia patito la furia del tempo. Non sia novello, ché di giovine metallo nulla si ottiene. Esso s’adagia su una coppa colma d’acqua pura, raccolta a mezzanotte, quando il vento tace e le stelle vegliano sole.

Qui si versa cenere di gheriglio di noce, ché la noce ha dentro il segreto del sapere antico. Or, nella calma dell’ombra, si mormora la parola nascosta, e la voce s’accompagna al respiro dell’aria:

“Chiodo forte, chiodo oscuro,

d’onde il ferro prende il muro,

ferma, lega, tieni stretto,

notte d’ombra, mai diletto.

Acqua chiara, cenere scura,

sigillate la mia cura!”

Allora il chiodo si estrae, e s’asciuga al lume di candela nera. In esso dimora or la virtù dell’incanto: ove sarà infisso, ivi terrà saldo ciò che si vuole legare, ché nessun potere avverso possa scioglierlo. Sia amore, sia vincolo d’amicizia, sia segreto custodito nel silenzio.

Chi compie tal opera, ben sappia: il ferro comanda, ma la volontà governa. Così sia.

Tradotto e riportato da Marius Depréde Pau