Avanà: il vino-leggenda della Val di Susa

Storia, origini e rinascita di un vitigno alpino piemontese

Ci sono vini che nascono per conquistare il mondo, e poi ci sono vini che nascono per resistere.

Resistere al freddo, alle pendici ripide, al vento che scende dalle gole, alle stagioni lunghe e alle mani screpolate.

L’Avanà, vitigno raro e prezioso della Val di Susa, appartiene a questa seconda categoria: è un vino che non grida, non ostenta, non cerca di essere “internazionale”. È un vino che parla la lingua delle montagne, con un accento antico e gentile.

E forse è proprio per questo che oggi — nel tempo dei sapori standardizzati — l’Avanà è diventato un piccolo tesoro da riscoprire: una leggenda di pietra, pergola e pazienza.

Un vitigno che arriva da molto lontano

L’Avanà non è una moda recente né un’invenzione contemporanea: è una presenza storica e documentata, radicata da secoli nel territorio.

Le prime tracce della viticoltura in Alta Val di Susa compaiono in documenti medievali importantissimi. Nel Cartolarium Ulcense dell’Abbazia di Oulx (1088) viene menzionata una vigna a Chiomonte; nel 1201 compaiono riferimenti a vigneti in Val Clarea, nella località di Raforn.

Sono testimonianze che ci dicono una cosa affascinante: mentre altrove la vite era ancora un privilegio delle zone più miti, qui in valle si coltivava già con determinazione, su un confine naturale che da sempre unisce e separa.

L’Avanà è dunque figlio della montagna, ma anche del passaggio: la Val di Susa è da secoli un corridoio di popoli e merci, e con essi di idee agricole, tecniche, varietà.

Tra Piemonte e Francia: un vino di frontiera

Uno degli aspetti più intriganti dell’Avanà è il suo carattere transalpino.

In alcuni territori oltreconfine (Savoia) il vitigno era storicamente conosciuto anche come Hibou noir, a conferma di una parentela culturale e viticola tra i versanti alpini. È come se l’Avanà avesse la memoria del cammino: un vino che attraversa le montagne senza bisogno di passaporto, perché appartiene a entrambe le sponde.

Questa “doppia anima” rende l’Avanà uno dei vitigni più romantici del Piemonte: non è soltanto un vino locale, ma anche una storia di confine, un ponte tra due mondi.

Avanato: quando l’Avanà entra nella tradizione scritta

Nel corso dei secoli l’Avanà viene citato in forme diverse. Nel 1606, lo storico e ampelografo Croce ne parla con il nome di “Avanato”: non un dettaglio da archivio, ma una prova del fatto che già allora fosse riconosciuto come varietà distinta e degna di nota.

È uno di quei passaggi che fanno sorridere: immaginare un nome scritto a mano, con inchiostro e pazienza, mentre fuori un inverno piemontese faceva tremare i vetri… e qualcuno, dentro, decideva che l’Avanà meritava di essere ricordato.

Viticoltura eroica: l’Avanà e i muretti a secco

L’Avanà non sarebbe Avanà senza il suo paesaggio.

In molte zone della valle, i vigneti sono arrampicati su terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, veri gioielli di architettura contadina. Qui la viticoltura non è comoda: è fatta di scalini, pendenze, fatica, piccoli appezzamenti e interventi quasi esclusivamente manuali.

Per questo si parla spesso di viticoltura eroica: perché coltivare non è soltanto produrre, ma mantenere vivo un equilibrio fragile tra uomo e montagna.

I muretti diventano così un simbolo:

non sostengono solo la terra… sostengono la memoria.

Valsusa DOC: l’Avanà come identità della valle

L’Avanà è uno dei vitigni protagonisti della denominazione Valsusa DOC, che tutela le produzioni viticole locali e valorizza una viticoltura spesso “piccola”, ma dalla personalità fortissima.

La denominazione rappresenta un tentativo fondamentale di protezione culturale oltre che agricola: perché in territori come questi il vino non è mai solo vino — è geografia, storia, economia familiare e persino dialetto.

Com’è l’Avanà nel calice?

Chi assaggia l’Avanà per la prima volta spesso si sorprende, perché si aspetta un rosso montano “duro” e potente.

Invece l’Avanà è delicato, quasi poetico.

Di solito si presenta con:

colore rubino chiaro e luminoso profumi di piccoli frutti rossi, note floreali leggere corpo snello, fresco, scorrevole tannino gentile una beva che invita al secondo sorso

È un vino perfetto per chi ama la finezza più della forza.

La leggenda invernale: l’Avanà “di ghiaccio”

E qui la valle tira fuori un segreto da fiaba.

A Chiomonte si racconta della produzione di un particolare vino di ghiaccio, ottenuto lasciando le uve a congelare con il freddo naturale delle Alpi. Un vino raro, da meditazione, intenso e aromatico, in cui la montagna entra direttamente nella bottiglia.

Un vino così non è solo tecnica: è rituale stagionale, è attesa.

È l’inverno che diventa dolcezza.

Una rinascita contemporanea: il ritorno dei vitigni alpini

Dopo decenni difficili, l’Avanà è tornato sotto i riflettori grazie a una nuova sensibilità:

recupero delle vigne storiche attenzione alla biodiversità valorizzazione dei vitigni autoctoni desiderio di vini “veri”, legati al territorio

In un mondo che corre, l’Avanà ha scelto di restare fedele alla propria identità: quella di un vino che non cerca scorciatoie, ma cammini di montagna.

Avanà oggi: un vino da scoprire (e da proteggere)

L’Avanà non è soltanto una bottiglia. È un frammento di Val di Susa che si può assaggiare: una storia che si tramanda non con le parole ma con i gesti — potare, legare, aspettare, vendemmiare.

È un vino che ci ricorda che la bellezza non è sempre grande, non è sempre rumorosa.

A volte è in una vigna piccola, a picco sulla valle.

A volte è in un sorso rubino chiaro che sa di frutti rossi e vento di montagna.

E quando lo bevi, non stai solo degustando:

stai partecipando a una leggenda alpina.

E dunque preparate le papille gustative perché faremo una meravigliosa degustazione, non perdiamoci di vista e in alto i calici!

Marius Depréde Pau

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