31 Ottobre – Tra Santi, Zucche e la Strana Sensazione di Appartenere

Il 31 ottobre è quella data che sfugge alle definizioni facili: non è Natale, non è Pasqua, non è nemmeno Ferragosto… eppure vibra nell’aria come una corda tesa.

Forse perché per un tempo lunghissimo, prima che noi ci inventassimo il traffico, l’iPhone e le offerte del Black Friday, questa notte segnava un passaggio. Un confine sottile tra ciò che vediamo e ciò che preferiamo non vedere.

Quando tutto iniziò: i Celti e la porta aperta

Prima che arrivassero i martellanti spot dei supermercati con zucche di plastica, il 31 ottobre era Samhain, il capodanno celtico.

Una notte in cui – dicono – il confine tra vivi e morti diventava talmente fragile che bastava un soffio per attraversarlo.

Altro che filtri Instagram: qui si parlava di spiriti veri, non di beauty filter.

Si accendevano fuochi, si indossavano maschere — non per spaventare i demoni, ma per mimetizzarsi con loro.

Ironico, vero? Oggi cerchiamo disperatamente di distinguerci e allora invece si cercava di passare inosservati.

Poi arrivò la Chiesa con il calendario in mano

La cristianità non è mai stata timida: vede una festa pagana e pensa “posso sistemarla”.

Così, nel Medioevo, ecco comparire la vigilia di Ognissanti.

Nuovo nome, vecchia energia: la notte che precedeva la celebrazione dei Santi diventò un mix tra memoria, preghiere e… un pizzico di mistero che nessuno riusciva (o voleva) togliere del tutto.

Il risultato? Una festa che ancora oggi ha un piede in chiesa e l’altro in un bosco nebbioso.

Ed è proprio lì, in quella doppia natura, che il 31 ottobre continua a giocare.

E noi? Siamo individui senzienti o solo nostalgici con una zucca in mano?

Arriva sempre la domanda che nessuno vuole fare:

perché abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa?

Forse perché, per quanto ci impegniamo a fare i solitari imperturbabili, abbiamo dentro una bussola che cerca il Nord dell’appartenenza.

Un rito, una storia, una comunità, anche piccola: un motivo per dire “sì, io ci sono”.

Il 31 ottobre ci ricorda che non siamo mai davvero soli, nemmeno quando fingiamo di esserlo.

Ce lo ricordano i Celti, i Santi, le lanterne, i racconti delle nonne, i bambini travestiti e perfino quel vicino che ogni anno mette un fantasma gonfiabile che si sgonfia a metà serata.

Il 31 ottobre è una domanda travestita da festa

Siamo ancora capaci di sentire?

Di percepire il velo sottile tra mondi – interiori, più che ultraterreni?

Siamo brace che arde o scintille distratte?

Ogni tradizione, pagana o cristiana che sia, in fondo ci invita allo stesso gesto: accendere una luce.

Nel buio di fuori o nel buio di dentro, a seconda della stagione che ci portiamo addosso.

E così, tra ironia e antiche ombre…

Il 31 ottobre sopravvive perché è un po’ tutto e un po’ niente:

un ricordo, una maschera, una preghiera, un sorriso, una zucca tagliata male.

Ci dice che possiamo credere negli spiriti, nei Santi, nella scienza, nei biscotti della nonna o in tutte e cinque le cose insieme.

Ci dice che il mondo è più grande di una spiegazione.

E che noi, individui senzienti o no, cerchiamo sempre un filo che ci leghi a qualcosa: una tradizione, una storia, un’emozione.

E forse è proprio per questo che, anno dopo anno, accendiamo ancora una luce nella notte più antica che c’è.

Alla fine tutto partiremo per un viaggio che ci accomuna e di cui non conosciamo la destinazione, unica cosa certa, il resto è il nulla.

Marius Depréde Pau

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