
C’è chi lo chiama “il ragazzo dell’inferno”, chi invece lo ricorda come un astro caduto troppo in fretta. Arthur Rimbaud nacque in un piccolo paese delle Ardenne francesi, ma già adolescente scriveva versi che sembravano provenire da un’altra dimensione.
Le sue parole erano fuoco e visione, fiumi di immagini che non appartenevano a nessun tempo: troppo moderne per l’Ottocento, troppo antiche per essere comprese davvero.

Si dice che Rimbaud fosse un veggente, capace di “deragliare i sensi” per vedere oltre il velo del mondo. Viveva di fughe, amori tumultuosi, viaggi improvvisi. Con Paul Verlaine intrecciò una relazione che fu passione e rovina, tra lettere febbrili e pistole che esplodevano in stanze d’albergo.

Poi, all’improvviso, il silenzio. A soli vent’anni Rimbaud abbandonò la poesia, come se le Muse gli avessero chiesto un tributo troppo alto. Si gettò nei mari del mondo, mercante e viaggiatore in terre lontane, dall’Africa al Medio Oriente. Ma la sua ombra non smise di scrivere, e i suoi versi – Una stagione all’inferno, le Illuminazioni – continuarono a vivere come spettri incandescenti.
Morì a trentasette anni, consumato da un male rapido, lasciando dietro di sé un mistero: perché aveva smesso di scrivere? Cosa aveva visto in quel “viaggio al termine della notte” che lo spinse a tacere?
Forse Rimbaud resta per noi ciò che voleva essere: un viandante dell’invisibile. Le sue poesie sono come specchi infranti, frammenti di una rivelazione che non volle mai spiegare.
E oggi, quando leggiamo i suoi versi, sembra di udire ancora la sua voce giovane e ribelle, che ci invita a guardare oltre l’orizzonte, dove il linguaggio non basta e il mistero comincia.
E come potevo esimermi dal pubblicare qualcosa di Rimbaud, ad esempio Il battello ebbro (Le Bateau ivre), una delle opere più visionarie di Rimbaud che personalmente amo. Non è una traduzione letterale, ma una riscrittura evocativa.
Il battello ebbro
Sono stato nave senza remi,
ubriaca di correnti,
abbandonata al respiro selvaggio dei fiumi.
Ho visto cieli aprirsi come ferite,
stelle cadere in mare
e il sole dissolversi come un tizzone nel vento.
Le acque mi hanno portato oltre le mappe,
oltre i porti sicuri,
dove l’uomo non osa gettare l’ancora.
Ho conosciuto tempeste che cantavano
e silenzi più profondi del tempo,
immagini d’oro, serpenti marini,
e abissi colmi di sogni irraggiungibili.
Eppure, dopo tanto vagare,
io, battello senza padrone,
ho sognato la quiete di un porto:
un’acqua ferma,
il gesto semplice di un bambino
che lascia scivolare una barchetta di carta.
Così si spegne la fiamma di Arthur Rimbaud, viaggiatore dell’invisibile e poeta che ha osato bruciare i confini del linguaggio. La sua voce ci giunge ancora come un’eco lontana, un richiamo che non smette di vibrare tra le pieghe del tempo.
Ma ogni leggenda ne chiama un’altra, e i sentieri della memoria non conoscono tregua. Vi do appuntamento alla prossima edizione dov nelle pagine di Foglie & Leggende, un nuovo personaggio verrà a bussare: diverso, enigmatico, forse altrettanto indomabile.
Restate con noi… perché le storie non finiscono mai, si trasformano soltanto.
Marius Depréde Pau