
Molto di voi conoscono la nostra meravigliosa Delfina, tanti anni fa mi fu affidato questo diario, la “maestrina”, così veniva chiamata Delfina Croce, scriveva tutti i giorni (o quasi ) questo meraviglioso diario che come alcuni di voi sanno è da tradurre visto che è scritto in occitano.
Oggi ci occupiamo di questo piccolo ma meraviglioso incanto, l’incanto della lanterna, si, perché Delfina era ed è una Mascha (strega in piemontese) rispettava e operava secondo gli antichi riti delle streghe valligiane.
Non vi resta che leggere e se volete provare, non costa nulla e riportiamo alla memoria le antiche usanze.
🕯️ Diario di Delfina Croce

20 luglio 1887 – Martedì, notte di luna piena
Casa Croce, presso il Poggio delle Betulle
Questa notte, alla luce rotonda della luna piena, ho compiuto l’antico rito della Lanterna dell’Incanto.
Il cuore mi batteva lieve, come quando ero fanciulla e spiavo mia nonna mentre tracciava con le dita parole d’aria nel fumo delle sue candele.
Ho benedetto la lanterna, come fu detto da donna Teresa, la vecchia del colle, colei che conosce i segreti delle quattro cose: luna, acqua, fumo e parola.
L’ho posta sul davanzale, ché la luna potesse vederla e baciarla.
Ho atteso che il lume d’argento la coprisse per tutta la notte, e prima che il gallo cantasse, ho raccolto acqua viva dalla fontana vecchia, dove bevono le capre e i passeri si fanno il bagno.
Nel piccolo ventre di vetro della lanterna, ho versato l’acqua mescolata ad olio d’alloro, e vi ho calato due fili di lino benedetto da suor Carmela l’inverno scorso, nel giorno della Candelora.
Poi ho acceso il fuoco, con tre foglie secche di salvia, una scorza di melo selvatico e un pizzico di ginepro.
Il fumo s’è levato piano, azzurro, profumato. Pareva un’anima antica che cercasse la via del cielo.
Infine, con voce ferma, anche se le mani tremavano per l’emozione, ho pronunciato l’incanto antico:
“Luce che vegli il cammino e l’anima,
Fumo che porti via l’invidia e l’ombra,
Luna che lavi con bacio d’argento,
Proteggi questa casa e chi la respira.
Così fu detto, così sia fatto.
Adesso splendi, lanterna mia.”
Allora la fiamma ha brillato più viva, e il vetro ha tremolato come se riconoscesse il compito ricevuto.
La lanterna, ora, è appesa accanto all’uscio.
Chi entra sente un calore dolce, come quello che si prova quando si torna a casa dopo molto tempo.
Da quando l’ho accesa, le galline fan l’uovo ogni giorno, il piccolo Arturo dorme sereno, e persino zia Beppa ha smesso di brontolare.
Si dice che questa lanterna tenga lontane le malie delle streghe nere, l’invidia degli occhi storti, e che protegg[a] casa e cuore da ogni male.
Io non so se sia vero per tutti, ma per me… per me sì.
E così ho scritto, col cuore leggero e il profumo del ginepro ancora tra le dita.
Delfina Croce
📜 Considerazioni a margine del diario di Delfina Croce
Di Marius Depréde Pau, studioso di arti antropologiche occulte e memorie spirituali popolari

La pagina del 20 luglio 1887 redatta da Delfina Croce è uno dei più puri esempi di magia domestica femminile del tardo Ottocento rurale. Vi si intrecciano elementi di ritualità precristiana, sapienza popolare e un’intuizione simbolica sorprendente per una donna non formalmente istruita, ma profondamente colta nella lingua segreta della Natura.
La Lanterna dell’Incanto, come descritta, non è un semplice oggetto di protezione: essa diventa tramite, soglia, entità vivente che media tra il visibile e l’invisibile. L’uso degli elementi – luna, acqua, fumo e parola – è coerente con la struttura dei riti apotropaici presenti in varie culture contadine europee, ma in Delfina si fa poesia incarnata, incarnazione poetica.
Il rito di attivazione che trascrive, pur nella sua semplicità, conserva un equilibrio simbolico preciso: la luce come custode del cammino e dell’anima, il fumo come spirito che purifica, la luna come madre e lavacro, la parola come sigillo e destino.
Delfina dimostra, nel suo gesto, una consapevolezza rituale integrale: ogni fase è descritta con cura e rispetto, e tutto è connesso – dall’acqua bevuta dalle capre alla scorza del melo selvatico, dal lino benedetto all’ora esatta del canto del gallo.
È mia opinione che questo diario non rappresenti solo un atto di protezione familiare, ma un patto tra la donna e la Casa, tra l’umano e il sacro quotidiano, una forma di alleanza magica femminile e silenziosa che trova eco nelle lanterne ancora appese nei casolari umbri più antichi.
Chi custodisce una di queste lanterne, o anche solo il ricordo del loro lume, porta con sé una forma di memoria spirituale incarnata, ereditata non per sangue, ma per affinità d’anima.
— Marius Depréde Pau
Ricercatore di memorie etnopoetiche e arti occulte dell’Appennino centrale
📍Archivi “Foglie & Leggende” – luglio MMXXV