
Non avete idea di quanto io ami trovare vecchi articoli dopo incessanti ricerche, mi trovo sempre di fronte a storie leggende e personaggi ormai dimenticati dai più.
Ho deciso di scrivere e ricercare informazioni più dettagliate del piccolo paese in cui vivo, paese già ricco di storia e leggende.
Sono molto legato al periodo del secondo ottocento, è un periodo che amo particolarmente Poiché tutto ciò che era tecnologia si fondeva perfettamente con l’ambiente circostante che era dominato dalla natura.
Ho trovato presso la biblioteca centrale di Torino alcuni giornali o meglio periodici dimenticati, probabilmente perché non hanno avuto un proseguo fortunato, questo che vi propongo oggi è un articolo scritto da un giovane giornalista del suo piccolo viaggio verso la sacra di San Michele, in questo viaggio si evince lo stupore per la bellezza storica e architettonica dell’ormai millenaria sacra di San Michele, lo stupore nel vedere la cura con cui i contadini del posto mantenevano i loro boschi viene evidenziato con enfasi dal giovane giovane giornalista.
Vi lascio all’articolo di Carlo A. Berruto e a una illustrazione che ho trovato meravigliosa a tal punto che ho fatto digitalizzare per averne una migliore qualità niente popò di meno che dal cugino primo Edmondo De Amicis.
Da Torino alla Sacra di San Michele e oltre: Viaggio per valli e pietre antiche
Articolo tratto da un periodico del secondo Ottocento, “La Gazzetta del Piemonte”, Anno 1887
Torino, primavera dell’anno del Signore 1887.
Lasciando alle spalle le vie ordinate e lo scalpitar degli omnibus della capitale subalpina, il nostro viaggio comincia a bordo di un convoglio della Regia Strada Ferrata che, serpeggiando tra campagne verdeggianti e borghi operosi, ci conduce verso occidente, là dove la Val di Susa si apre come un solco antico tra le braccia pietrose delle Alpi.
Appena varcata la stazione di Avigliana, le colline si fanno più ripide, e la vista si popola di fortificazioni medievali e torri dimenticate dal tempo. Ma è quando il treno si ferma alla modesta stazione di Sant’Ambrogio che inizia la parte più nobile e faticosa del nostro pellegrinaggio: l’ascesa alla Sacra di San Michele, che già dall’abitacolo pare svettare come un prodigio architettonico, abbracciata dalla cima del monte Pirchiriano.
Un sentiero in pietra, irto ma ben tenuto, si snoda tra boschi di castagni e querce, rivelando qua e là affioramenti di roccia lavorata e croci di ferro battuto: testimonianze di fede e fatica. I contadini ci salutano con cenni lenti, mentre le donne, raccolte in grembiuli scuri, lavano panni nel torrente, ignare che su quelle pietre un tempo si rifugiassero eremiti e cavalieri.
Giunti all’abbazia, restiamo in silenziosa ammirazione. La Sacra di San Michele, fondata nell’anno mille da Ugo di Montboissier, appare più forte della montagna stessa. I monaci rosminiani, custodi dell’austerità benedettina, ci accolgono con sguardo sereno e parole misurate. Qui, tra archi romanici e cripte scavate nella viva roccia, si respira l’eco della cristianità più pura. La vista, da lassù, è sublime: la pianura padana si distende all’infinito, mentre dietro di noi le cime alpine sembrano vegliare silenziose come antichi dei.
Proseguendo il nostro cammino, scendiamo verso il piccolo borgo di Chiusa di San Michele, adagiato quasi con modestia ai piedi del monte. Il paese è umile ma fiero, ricco di pietra e di memoria. Le sue case, con tetti in lose e muri di calce viva, si stringono attorno alla chiesa parrocchiale, il cui campanile svetta come vedetta del tempo.
Qui, si mormora ancora del Dio Esus, spirito delle foreste, e di Giano Bifronte, simbolo di passaggi e soglie, forse reminiscenze pagane che la cristianità non ha mai del tutto cancellato. Le cave di pietra che circondano il paese raccontano un passato di sudore e scalpello, mentre le ciliegie, che i chiusini coltivano con tenacia sulle balze più soleggiate, arrossano in primavera come se la montagna stessa volesse offrire un frutto in dono.
L’inverno, qui, è lungo e malinconico: il sole tarda a mostrarsi, prigioniero dietro le creste che s’innalzano a oriente. Ma vi è in questo buio una bellezza austera, quasi monastica, che accende l’animo del viandante e rafforza la fede dei paesani.
Infine, sul ciglio del borgo, un vecchio ci racconta della Battaglia delle Chiuse, quando nel lontano anno 773, Carlo Magno calò con i suoi franchi, e qui fermò per sempre la sorte dei Longobardi. Il luogo del conflitto, ci dice, è ancora segnato da pietre annerite e silenzi profondi, come se la storia stessa si fosse sedimentata tra i licheni.
Lasciamo Chiusa di San Michele col cuore colmo di immagini antiche e parole perdute, consapevoli di aver toccato un angolo di Piemonte dove la pietra parla, la fede pulsa e il tempo pare essersi addormentato tra i rami di un ciliegio.
Dall’inviato: Carlo A. Berruto
Illustratore al seguito: G. De Amicis (cugino del più noto E. De Amicis)
Pubblicato su “La Gazzetta del Piemonte”, Edizione illustrata del sabato, maggio 1887.
Bellissimi anche gli errori che benché grossolani fanno parte di una cultura lontana ma non troppo di chi voleva portare alla luce, creando turismo, luoghi e posti che già al tempo erano dimenticati.
Marius Depréde Pau